postato da numenor2112 alle ore 13:04
giovedì, novembre 10, 2005


Alla faccia di chi e' incapace a capire cosa sono le CHAT convinto che siano luoghi di perdizione.
Chissa', forse adesso che una STUDIOSA ha detto certe cose sara' piu' facile credere ai propri figli/amici/conoscenti che continuano ad insistere sul fatto che passare 2 ore in chat non vuol dire scappare dal mondo perche' si e' incapaci a vivere o relazionarsi con la gente

. A volte, l'accusa di "chiusura" che riceviamo [mi includo tra i chattaroli] e' da girare al mittente: imparate ad accettare chi vive una cosa diversamente da come la vivete voi.  

"Si parla di acrobati - spiega Michela Drusian - perché il discorso si gioca sulle cornici, sui contesti dell'esperienza on- e off-line e sulla capacità che i giovani hanno di muoversi agevolmente da un contesto all'altro. Come insegna il sociologo Karl Mannheim, i giovani infatti sono più leggeri degli adulti perché non hanno la zavorra del senso comune da portarsi dietro". Da qui l'abilità nel fruire di un mezzo di comunicazione tanto inviso a chi non lo conosce. Altro che fuga dal confronto con la vita sociale reale.

I ragazzi - prosegue la ricercatrice - sanno riconoscere dove sono e chi sono in quel momento e sanno dare il giusto significato: che sia sperimentazione, dialogo o divertimento. Quando parlano delle loro esperienze in chat lo fanno con molta leggerezza; sanno che è un luogo dove si trovano molte bugie, molto sesso parlato, ma sanno come difendersi. Gli aspetti negativi del mezzo li conoscono e non gli interessano. Sono quelli positivi che cercano".

I ragazzi possono perdere facilmente il senso del tempo e passare ore come fossero minuti, ma non si perde il senso del sé. Si è consapevoli che ciò che si mette in scena on line è diverso da quello che c'è off". Una consapevolezza questa del tutto assente nell'ambito del senso comune: "Si fa ancora fatica a metabolizzare la chat come mezzo di comunicazione - nota la sociologa - perché domina ancora una fisicità rilevante e non priva di forme di controllo. Ma quando la chat diventerà uno strumento quotidiano come il telefono, allora l'idea di pericolo e gli allarmi verranno traslati su qualche altra cosa".

[ Fonte: Repubblica, 07/11/05 - Intervista a Michela Drusian, ricercatrice presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Padova ]

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Commenti
#1   20 Dicembre 2005 - 22:12
 
Eh sti Padovani, se ne sanno (H)
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